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Morire da uomo

Morte e vita a duello

E danzerò davanti al suo trono

Vai avanti...

L'uomo più felice della terra

Non possiamo permetterci il lusso di aspettare

Elegia per una piccola mongoloide

 

 

 

Morire da uomo

Nel '68 - anno destinato a restare fatidico nel bene e nel male - io ero un pivello di missionario neofita, pieno di velleità ma piuttosto sguarnito di consistenza  e Cisanina era una stazioncina missionaria in capo al mondo. Quando Giove pluvio esagerava, nella stagione delle grandi piogge,  la si poteva raggiungere soltanto con la bici o in moto, e mentre dicevi la S. Messa sotto il grande mupundu delle assemblee di lusso, sentivi i gargarismi degli ippopotami che sguazzavano nel Lufwanyama, a qualche chilometro di distanza.

      Quella volta c'ero arrivato col macinino comprato da poco - di terza mano - per la bella cifra di seicentomila lire. Avevo appena terminata la liturgia ed ero tutto sudato per la fatica dell'omelia nel mio Cibemba ancora approssimativo; ma la gente di Cisanina - la più semplice e simpatica del mondo - non esigeva panegirici né oratoria di sorta, e mi colmò di complimenti, riempiendomi il baule di fresche e deliziose papaie. Mi stavo accingendo al ritorno, quando improvvisamente una donna mi chiese: "Non vai a vedere João? Sta molto male." "E chi è?" "Quello che arrivò qui l'anno scorso, fuggendo dalla guerra d'Angola. Sta morendo". Certamente ne aveva parlato a chi mi aveva preceduto alla missione, non a me; ma feci finta di nulla e le chiesi di accompagnarmi alla capanna del malato.

      Eravamo ancora a qualche metro dall'entrata, quando avvertii un fetore nauseabondo. Mi feci violenza e, piegandomi in due per varcare la porticina, entrai nella stanzetta buia e senz'aria. Lo vidi solo dopo un bel po', quando gli occhi si assuefecero al buio, e fu una vista ben penosa! Avrà avuto sì e no quarantacinque anni, ma ne dimostrava settanta. Pressoché nudo sul lordo pagliericcio, il volto deformato da pustole rigonfie, enormi piaghe purulenti all'inguine e tutto il corpo scosso da violenti contrazioni: ogni spasmo era un urlo silenzioso che rendeva tragicamente visibile il suo dolore. "Che ti succede, João?"...  rantolò a fatica: "E' finita! . . . Fino a qualche giorno fa ce la facevo ancora ad arrancare fuori dalla capanna. . . ma ora è proprio finita!" Si trattava certamente di sifilide all'ultimo stadio, ma forse anche di tubercolosi. La denutrizione aveva fatto il resto. Non era possibile lasciarlo morire in quella desolazione.

      Quel giorno (a differenza di tanti altri che non amo raccontare) quel po' di umanità e di compassione che mi ritrovo in cuore ebbero il sopravvento sulla mia innata pigrizia e sul mio egoismo. Mi caricai João sulle spalle e, giunto alla piccola vettura, a fatica riuscii a sistemarlo in cabina, al mio fianco. Fu un lunghissimo viaggio di nozze con Colui che Francesco amava chiamare "l'Amore non amato": l'uomo dei dolori, umiliato e sfigurato, eppure grande della grandezza e della dignità supreme di figlio di Dio. Dopo un po', mi sentii investito anch'io d'una grandezza nuova e mi parve di star vivendo quasi un momento mistico . . . Neppure più feci fatica a rintuzzare la nausea e i conati di vomito che avevo provato nei primi chilometri.

      Giunto alla missione di S. Giuseppe, con una strana esaltazione, corsi dalle Suore Battistine e chiamai quella grande donna - semplice e santa come poche - che era Madre Cornelia. "Madre, ti porto il Cristo in persona: è un  po' malconcio e irriconoscibile, ma non ci si può sbagliare: è lui! Trattamelo bene, ti prego". Fu davvero grande. Lo lavò e lo spidocchiò tutto, disinfettandogli le piaghe e carezzandolo sul capo come se fosse un povero bimbo suo! Lo mise nell'unico letto ancora a disposizione nel piccolo ospedale . . . Dopo nemmeno un'ora però, venne da me col volto triste: "Non è per me,  padre, ma gli altri malati non lo accettano: hanno paura del contagio, ma anche di lui: dicono che lo conoscono come un uomo cattivo, che porta malocchio e morte e noi non abbiamo una camera d'isolamento!".

      Mi presi ancora una volta João in macchina e andai a Kitwe, all'ospedale centrale. Era ormai il tramonto e con cento scuse si rifiutavano di ricoverare il mio malato: non c'era referto medico . . . né l'incaricata della biancheria e nemmeno quella dei ricoveri. Dovetti andarle a cercare a casa loro e vincere la loro riluttanza ungendo le ruote con qualche mancia sostanziosa. Mi sentii un po' come il Buon Samaritano della parabola, "trattamelo bene, e al mio ritorno!". . . Finalmente lo ricoverarono in una cameretta tutta per lui! Seguirono due giorni intensi alla missione e m'ero quasi scordato di João, quando venne a cercarmi un giovane uomo: "Ero andato a visitare mio fratello all'ospedale di Kitwe. Non appena sentirono che ero di S. Giuseppe, mi pregarono di andare da un certo João, che aveva un messaggio urgente per il padre Umberto. . . Ti vuole subito, oggi stesso! Dice che sta morendo, ma che non vuole e non può morire prima di averti visto!" Presi la macchina e mi precipitai a Kitwe, agitato da cupi pensieri: "Non vorranno mica sbarazzarsi di lui! Forse non ho pagato abbastanza?" Giunto all'ospedale, senza chiedere nulla ad alcuno corsi nella cameretta del mio povero malato. . . Come aprii la porta e mi vide, il suo volto ansioso si illuminò d'un sorriso che non avrei dimenticato mai più. Mi tese la mano: "Vieni, padre! Vienimi vicino. . . Non posso morire senza avertelo detto!" Mi sedetti accanto al suo letto e gli presi la mano, carezzandola teneramente. Non riuscivo a dire nulla, e d'altronde capivo che stavo vivendo un momento sacro e solenne, in cui qualsiasi parola sarebbe stata di troppo. Dovevo solo ascoltare. "Vedi, padre. . . io sto raccogliendo il frutto della mia dissolutezza e dei miei peccati, e non mi merito nulla di meglio. Il fatto è che ho sempre vissuto come una bestia! . . . Ho fatto soffrire quella povera donna di mia moglie...  l'unica persona che mi abbia mai amato veramente; ho distrutto la mia famiglia al punto che ora anche i miei figli mi odiano. Da bestia, ho vissuto. . . da bestia!". Fece una lunga pausa, il volto teso, gli occhi un po' allucinati e fissi nel vuoto, come se stesse rivedendo il film della sua vita travagliata; poi una lacrima liberatoria gli brillò sulle ciglia e piano piano il volto si distese nuovamente nel sorriso di poco prima. . . e riprese: "Sì, ho vissuto da bestia, ma tu, padre. . . tu mi fai morire da uomo!" Commosso come non mai, seppi solo farfugliare: "Ma io non ho fatto nulla! Ho solamente. . .", ma non mi lasciò continuare.  “No, tu mi fai morire da uomo! Mi hai fatto riscoprire che esiste l'amore. Ora so che c'è davvero un Dio che è amore, un Dio che perdona e che ama nonostante tutto. . . perché solo lui poteva farti agire come hai fatto tu. Credimi, padre, è a te che lo devo: ho sempre vissuto da bestia, ma ora posso morire da uomo". . . e mi stringeva la mano con tutte le forze che gli restavano.

      Non so dire per quanto tempo restammo così, in un silenzio interrotto soltanto dal suo ritornello, sempre più fievole: "Da bestia ho vissuto. . . ma tu mi fai morire da uomo, padre. Ora mi sento amato.  . . Grazie, padre!. . . Da uomo. . . grazie!". . . Mi accorsi che  era spirato solo quando la mano gli cadde inerte. Ma quel sorriso non s'era ancora spento del tutto. Dio, che teologia mi insegnò João quel giorno! Mai prima avevo capito così profondamente e in un modo così 'incarnato' che non si può né vivere né morire 'da uomo' se non si è scoperto l'Amore. Perché si nasce davvero solo il giorno che s'incontra l'Amore. Solo quel giorno nasce un essere umano. . . se no, è tutta un'inutile e assurda fatica 'da bestie'! Incontrare l'Amore scaturigine di vita; l'Amore sorgente unica della gioia; l'Amore, DNA del nostro essere umani; creature, cioè, evocate dall'Amore, dal non essere all'essere, e all'Amore destinate, per intrinseca vocazione. E questo Amore è Lui: Dio-Amore. E' solamente in Lui che questi quattro giorni del nostro cammino terreno, così intrisi di fatuità e di provvisorio, vengono proiettati oltre la morte; una morte umana, che rivela a un tratto il suo più dolce profilo di Sorella (Sorella Morte, amava  chiamarla Francesco), né più ci fa paura, al punto che si può ben darle il benvenuto col miglior sorriso. Credetemi, non vale la pena vivere, se non da uomo. Non merita rischiare di spegnere la luce recalcitrando, con l'amara coscienza d'essere vissuti invano e senza Amore. Vivere da uomo è la sola garanzia che anche la nostra morte non potrà che essere un 'morire da uomo'. –

P. Umberto

 

 

 

Morte e vita a duello . . .

La ragazzina arrivò scarmigliata, con gli occhi allucinati e il volto rigato di lacrime: “Corri, Padre, mia sorella si è suicidata. E’ appesa a una corda nel bagno: mamma sta impazzendo!…”

Volai con la moto, zigzagando tra i risciò, nel traffico intenso e disordinato della periferia di Medan. Giunto alla casa, la trovai in subbuglio: le otto sorelle correvano urlando da una camera all’altra, in preda al panico e alla disperazione e la mamma giaceva sul pavimento, come in trance. Mi precipitai nel bagno, dove due giovani stavano arrabattandosi a togliere il cadavere dal macabro capestro. Non c’era proprio più nulla da fare.

Adagiato il corpo esangue sul letto, mi diedi da fare per calmare un poco le ragazze. Poi mi inginocchiai presso la madre, parlandole con tutta la dolcezza e la compassione che mi imponeva la situazione. Riuscii a farla sedere sul divano.

Capii subito che – oltre  al dolore per la morte della figlia – v’erano altri fattori che rendevano la cosa ancora più tragica. Se in ogni parte del mondo, infatti, il suicidio viene spesso marcato da un’aura di maledizione e di dannazione per la povera vittima, capita che in Asia venga anche gravato da pesanti e crudeli fardelli per la famiglia del suicida. Un suicidio in casa significa un po’ un marchio d’infamia per la famiglia intera, un perdere la faccia di fronte alla collettività … un’autentica disfatta, insomma!

“Ovviamente – sussurrò a un tratto la donna con disperazione – non ci potranno essere le esequie… la S. Messa…”. “E perché no?” - dissi in fretta con decisione”. “Dici davvero? La Chiesa Riformata Olandese di qui lo proibisce severamente per i suicidi”.

“Forse temono di incoraggiare indirettamente a passi inconsulti chi si trovi in situazioni disperate . . . una specie di deterrente; . . . ma io non sono d’accordo. Quando la vorresti?” “Stasera stessa, se credi. Forse, se celebrassi qui nell’aia di casa, verrebbero anche i nostri parenti Riformati. La seppelliremmo domattina all’ alba, privatamente”…

Passai casa per casa da tutti i miei Cristiani, raccomandando di venire in massa: dovevamo mostrare tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto alla famiglia distrutta dalla vergogna e dal dolore. Poi preparai l’altare più solenne possibile davanti al pergolato di orchidee.

Vennero tutti, Cattolici e Riformati: l’ampio cortile era gremito all’inverosimile, eppure regnava un silenzio irreale. Molti volti erano tesi e chiusi. Mi parve di cogliere espressioni di disapprovazione nelle occhiate che molti mi lanciarono quando iniziai la S. Messa. Capii che avrei dovuto giustificare la mia decisione e man mano che il momento dell’omelia si avvicinava, sentivo una viva, appassionata emozione crescermi dentro. “Signore della vita – mi sentii supplicare silenziosamente – aiutami a fargli capire che non c’è condanna alcuna nel tuo cuore per questa bimba che il dolore ha portato alla follia, ma solo compassione infinita ed infinita tenerezza. Già troppo ha sofferto sulla terra e ha già pagato troppo: ben merita il tuo Regno di gioia!”

Mai prima avevo trovato la lingua Indonesiana così facile ed espressiva! Mi fluiva dalle labbra come se mai avessi parlato altra lingua fin dalla prima infanzia. Ne sentii una profonda gratitudine al Signore che mi ispirava. Parlai a lungo e con immensa passione… né mi meravigliai quando mi accorsi che la commozione mia aveva contagiato l’assemblea: vidi anche i volti più arcigni sciogliersi, intenerirsi e rigarsi infine di lacrime. La messa continuò in un’atmosfera di estrema partecipazione da parte di tutti. Poi ci furono le condoglianze, inaspettatamente sentite e commosse … e l’assemblea si sciolse. Anch’io, dopo aver parlato ancora a lungo con la madre e le sorelle della scomparsa, mi accinsi a tornare a casa. Era passata la mezzanotte. Ero già sulla moto e stavo per avviarla, quando un pensiero subitaneo mi folgorò: ‘Non puoi lasciarle sole!’ Ne fui sorpreso, perché non avevo minimamente considerato l’idea di potermi fermare: era come se qualcun altro me la stesse suggerendo. Restai in forse: non era certamente nelle tradizioni che il sacerdote si attardasse per tutta la notte con un gruppo di donne sole, anche se in un momento così tragico. Ancora mi sentii apostrofare dentro ‘Ma ché, pensi alle convenienze più che alla disperazione di queste tue figlie?’ . . . Insomma, rientrai in casa, dove pareva che nessuno avesse intenzione di andare a dormire: “Faccio la veglia con voi”. Parlammo, pregammo, piangemmo perfino un po’ insieme, fin che non fiorì l’alba, sgretolando l’oppressione della tenebra. Aiutai a organizzare le ultime esequie e a sepoltura compiuta, mi congedai e andai finalmente a riposarmi un poco. Da quel giorno notai che la più piccola delle sorelle – quella che era corsa a notificarmi il fattaccio – mi cercava continuamente e amava stare con me il più a lungo possibile; spesso coglievo nei suoi occhi una nuova tenerezza, mista a gratitudine, come una gazzellina ferita che fosse stata liberata da un laccio mortale ... E fu così per tutto l’anno che rimasi ancora alla missione.

Poi venne il giorno del mio ritorno in Italia: lasciavo l’Indonesia definitivamente, per ritornare poi nella mia prima missione, in Africa. Arrivato all’aeroporto di Medan, trovai alcune famiglie, insieme con i capi della cristianità, in attesa per darmi l’estremo saluto. Si era tutti un po’ tristi e commossi, e ci attardammo a chiacchierare nella sala d’aspetto. Fu solo pochi minuti prima dell’ultima chiamata per l’imbarco che notai la mia piccola amica nel grande atrio dell’aeroporto, tutta sola in disparte, timida e triste. La raggiunsi subito: aveva gli occhi gonfi di pianto e non rispose alle mie domande. Tolse una busta chiusa dalla tasca del giubbino e sussurrò tutto d’un fiato: “Non aprirla qui; devi leggerla quando sarai solo sull’aereo. Grazie, e . . . ti voglio bene!”, e si dileguò rapida,  trattenendo a stento le lacrime. Sentii anch’io un nodo alla gola, ma seppi dominarmi.

Una volta sistemato sull’aereo, aprii la busta. “Papà, . . . permettimi di chiamarti così, perché tu mi sei stato padre due volte: la prima, quando mi hai battezzato, facendomi figlia di Dio; la seconda, l’anno scorso, quando mi salvasti la vita. Certamente ricordi quando, dopo la S. Messa che celebrasti per mia sorella, eri rimasto per qualche tempo a parlare con noi sorelle e con mamma . . . Io pregavo Dio nel mio cuore perché tu non te ne andassi mai: ero sconvolta e terrorizzata, ma non potevo dire nulla. Pregavo solo in segreto . . . e quando ti accomiatasti e ti vidi salire sulla moto mi sentii morire!

Il fatto è che avevo scoperto che mamma aveva deciso di suicidarsi e mi aveva fatto giurare che non avrei detto nulla a nessuno. Con estrema incoscienza, le avevo detto che mi sarei suicidata anch’io con lei: dovevamo farlo prima dell’alba, quando le altre si sarebbero assopite. Mamma aveva già preparato le corde: perdonaci, padre, perché – come disse Gesù sulla croce - non capivamo quello che facevamo.

Io mi sentivo impazzire di paura, ma non mi sarei più potuta tirare indietro . . . e poi, non volevo vivere senza mamma! Quando riapristi la porta per rientrare, io non vidi te, ma Gesù, nel vano della porta: “Sono venuto a passare la nottata con voi”. . . e mi si sciolse il cuore! ‘Gesù è venuto a salvarmi - mi dissi - e a salvare mamma’. E infatti – forse ricorderai – a un tratto mamma mi chiamò in cucina col pretesto del tè. Mi abbracciò forte forte, e mi sussurrò all’orecchio: “Non possiamo farlo, piccola mia: Dio non vuole . . .”.

L’aereo scivolava leggero su un tappeto di batuffoli bianchi. Guardai giù: a tratti, tra una nuvola a l’altra, scintillava lo smeraldo degli atolli. Strizzai l’occhio al mio Dio, come faccio talvolta, quando mi sento particolarmente esilarato:  “E che Dio della vita saresti, se no? E il bello è che basta che uno ti porga l’orecchio per un attimo, e perfino lui diventa strumento e sorgente di vita. Grazie, capo, sei grande!” . . . e mi cantava il cuore, più forte del rombo dei motori.

P. Umberto Davoli

E danzerò davanti al suo trono…

 

«Padre, non resisto più a vivere qui! La città mi ha distrutto la prima figlia e ora mi sta rovinando anche gli altri? Io voglio allevarli cristianamente. Aiutami a ritornare al mio villaggio, in riva al Bangweolo». Povero Lawrence: da vent’anni catechista zelante e sincero, una decina di figli, alcuni dei quali gli stavano sfuggendo di mano, e Catherine - la prima - devastata dall’AIDS all’ultimo stadio! Mi aveva sempre detto che voleva consacrarsi al Signore; poi, un brutto giorno, quel soldato in divisa, bello e aitante quanto incosciente, l’aveva convinta che l’avrebbe fatta regina del mondo intero! Me l’aveva confidato fra le lacrime: «Una volta sola Padre! Ho capito subito che non mi amava davvero, ma era troppo tardi». E lo era davvero. Il peccatuccio di una bimba travolta dalla dolce sen­sazione di sentirsi per la prima volta desiderata, scelta tra tutte, e non sa resistere all’emozione. E fu sifilide e - ben peggio! - la peste del secolo!

Alle quattro del mattino caricam­mo le masserizie sul camion della Missione. Adagiammo quel corpicino violato e dolorante sul materasso buono, ben disteso sopra tutto il mucchio, e partimmo, sperando che superasse la pena di quel viaggio massacrante: oltre mille chilometri su strade polverose, disastrate da improvvise voragini, sotto un sole feroce. Le prime ore furono quasi piacevoli. M’ero portato dietro una buona riserva di acqua e panini; verso mezzogiorno facemmo pure un rapido pic-nic in riva a un fiume e riuscii perfino a instaurare un’atmo­sfera di serena allegria, quasi fosse una scampagnata. Dopo le prime otto ore, però, il viaggio divenne un autentica Via Crucis. Sempre più di frequente dovevamo fermarci ai lamenti di Catherine. Aiutato dal fra­tello (per i genitori era , dovevo scaricare dal camion la ragazza, tormentata dalla dissenteria. Cercavo di incoraggiarla, ed ella mi guardava con quegli occhioni da gazzella ferita. «Si, Padre, ce la farò, vedrai». Povera piccola!

Da Mansa a Luwingu la strada era un autentico obbrobrio: sconnessa e sassosa, piena di buche e attraversata da solchi profondi che, per quanto si procedesse a passo d’uomo, rendevano la marcia un vero martirio per la malata. Quando cominciammo a scendere verso il lago, era già buio. Ne toccammo le rive presso Nsombo e dovemmo lasciare la strada per penetrare in piena foresta, su un sentiero stretto e serpeggiante fra gli alberi. Spesso dovevo fare ardite manovre, con retromarce e deviazioni fuori programma per evitare le strettoie... Come Dio volle, verso mezzanotte giungemmo al villaggio di Lawrence. Ero distrutto, ma pensando alla mia cara, piccola vittima, mi feci forza. Scaricammo il tutto, aiutati dalla frotta di curiosi che, svegliati dal fracasso del camion - un’autentica rarità - erano precipitati fuori dalla capanne. Misi un pentolone d’acqua sul fuoco e mi accinsi a fare una colossale pastasciutta con quanto m’ero portato da casa. Tutti vollero assaggiare quella leccornia mai vista!

Catherine pareva riprendere voglia di vivere. Mangiò con appeti­to, facendo perfino il bis e scherzan­do: «Se Padre Umberto resta con noi, divento grassa in poco tempo!». Poi, pian piano tutti rientrarono nelle capanne e restammo soli, ma la stanchezza era tanta e tante le emozioni, che non volevamo andare a letto. Fu a quel punto che Catherine divenne lirica. Strinse la mia mano e chiamò papà e mamma vicini. Un sorriso dolcissimo le abbelliva il volto emaciato.. e questo (non potrò mai dimenticarlo!) è quanto disse: «Mamma, papà. Io so che soffrite tanto. Ma non dovete permettere al dolore di sopraffarvi. Vedete, io sto pagando il prezzo della mia infedeltà, perché ho peccato». Mi sentii urlare dentro, silenzio­samente: «ma non è vero, bimba mia! Tu sei solo una povera e innocente vittima del marciume che devasta il mondo! Tu stai pagando per tutti, proprio come Cristo».

Come se avesse sentito il grido del mio cuore, Catherine mi sorrise e riprese: «Tu lo sai, Padre, non sono poi stata cattiva del tutto: solo una vol­ta ho peccato e credevo fosse amore! E ora sto morendo». Fece una lunga pausa, come se stesse traducendo a se stessa il vero senso del suo discorso, poi mi strinse forte la mano, dicendomi in fretta: «Ci pensi, Umberto, che paura, se non sapessi che Dio è Amore!?». Dio mio, quanto sentii d’amarla!

«Adesso però tutto mi è chiaro. Se Dio vuole, mi può anche guarire, e allora stavolta mi consacrerei davvero per tutta la vita a consolare chi soffre. Se invece mi vorrà con sé, non dovete piangere o disperarvi. Il Padre qui vi aiuterà a pagare la bara e il funerale e io volerò in cielo e danzerò felice e leggera davanti al trono di Dio».

     Saranno state le tre quando andammo a dormire. Sdraiato sullo scomodo pagliericcio, non potevo prendere sonno e pensavo alla mia malatina. Uscii silenziosamente. Il buio era profondo e incontaminato e le stelle erano grossi lampioni fosfo­rescenti che si riflettevano sul Bang­weolo in letargo, vestendolo a festa. Pensavo a tante cose: al mondo, al male, al dolore dei buoni, all’odio e all’ingiustizia degli egoisti, alla paura e allo sgomento degli indifesi e ad ogni litania mi cresceva dentro il ritornello “ci pensi che paura, se non sapessimo che Dio è Amore!?”. Non c’è altra luce. Nella bailamme di que­sta travagliata città umana in cerca di risposte che ci illuminino il cammi­no, solo questo Amore incondizionato ci può dare pace e speranza. Ogni croce portata con fede ci avvicina al traguardo cui Dio-Amore ci predestinò fin dagli inizi dei tempi; ogni uma­na sconfitta sarà redenta e si risolverà nella gioia. 

E danzeremo anche noi davanti al trono di Dio.

P.  Umberto Davoli

 

Vai avanti: Ne abbiamo bisogno!  

Mi era sempre piaciuto predicare a Sinya, e quando il parroco mi chiese di sostituirlo per il suo trimestre di ben meritato riposo in Europa, me ne sentii lusingato. Sinya è uno squallido quartiere 'abusivo' sorto spontaneamente alla periferia di Ndola, sul confine con il Congo, senza alcun piano regolatore e per molto tempo - ma in gran parte tuttora - privo di ogni benché minimo servizio:  niente luce elettrica, rete idrica, fognature. Un ammasso di catapecchie di fango e baracche coi tetti di lamiera arrugginita, proditoriamente trattenute da macigni,  cerchioni e rottami per impedire al vento di portarsele via ... E' abitato da una folla anonima ed eterogenea: povere vedove perennemente indaffarate per procurare quotidianamente un boccone qualsiasi alla nidiata, spesso senza riuscirci; giovani senza arte né parte che avendo inopinatamente lasciato il villaggio, allettati dal miraggio della città, sono inevitabilmente naufragati alla deriva della società; vecchi abbandonati e persone fisicamente inabili che sbarcano il lunario andando ogni mattina 'in città' a stendere la mano.  Come tutte le bidonville di confine, però, anche Sinya pullula di loschi figuri e di individui di dubbio carattere: ladri, imbroglioni, contrabbandieri, criminali, prostitute e magnaccia... La violenza vi è spesso di casa, e non è certo un posticino per la passeggiata serotina, dopo il tramonto!

La chiesa era gremita all'inverosimile e risuonava di canti a più voci, vibranti e festosi, ritmati dai tamburi: quand'ero arrivato per le confessioni - quaranta minuti prima dell'inizio della santa Messa - l'avevo trovata già per tre quarti piena. e la gente aveva continuato ad affluirvi fin oltre la lunga processione danzata dalle Stelle, le bimbe più piccole, e il canto del Kyrie. Ora c'era il lungo 'Nsansa ku bakaele!' (Gioia a chi è fedele!), che rimpiazzava il Gloria, e io, seduto sullo scranno delle solennità, osservavo il popolo che mi stava davanti. Li conoscevo quasi tutti, uno per uno: Rosy, prostituta dei giorni feriali (doveva essere ridotto ben male chi la cercava, poveretta!) era come sempre in prima fila, e perfino più devota del solito; al suo fianco c'era Magdalene, ragazzina
emaciata e tormentata dagli incubi da quando - decenne - era stata violentata dal papà ubriaco; poi c'era Sheila, ormai condannata dall'AIDS, e Mulenga, madre di cinque angioletti raccolti qua e là da quattro uomini diversi. Dalla parte degli uomini spiccava Chanda, ubriacone inveterato, che cantava a squarciagola, incurante del suo fegato spappolato dalla cirrosi; al suo fianco Manuel, abbonato alle patrie galere per furti continuati, che sembrava voler sfondare il tamburo con le sua manacce callose. E poi Linus, sifilitico all'ultimo stadio, e Katongo il contrabbandiere, e quel sant'uomo di Makasa, cieco e sciancato,  Mathias il lebbroso, e poi e poi ... Dio mio, che campionario di umanità ferita, umiliata, assetata di speranza! Fremevo rigirandomi il Vangelo tra le mani. Era un Vangelo forte, quello che mi assegnava la liturgia: uno splendido Luca, dove "una grossa folla venuta da tutte le parti assiepava Gesù per ascoltarlo e cercava di toccarlo per essere guarita dalle sue infermità" (Lc 6:17-19). Proprio il Vangelo che provocò Gesù a proclamare le beatitudini dei  poveri, degli affamati, dei derelitti in lacrime. Mi sentivo un po' come un cavallo puro sangue nell'
imminenza della corsa: scalpitavo, insomma, nell'impazienza di spargere al vento il seme della Parola e a un certo punto, con scherzosa irriverenza, mi sentii di apostrofare il mio Cristo: "Capo, se mi dai una mano, oggi ti batto! Già la tua folla doveva essere stimolante, ma guarda qui che campionario!". . . . E venne finalmente il Vangelo! Aggredii il leggio, mentre mentalmente pregavo: "Dai, Gesù, parla tu al posto mio!" e lui parlò e parlò e poi parlò ancora! Io non esistevo davvero più, né più esisteva la folla per me: in un'atmosfera rarefatta e sospesa, perfino io mi sentivo  ribollire il cuore alle 'sue' parole che mi uscivano di bocca. A un certo punto, madido di sudore e ansante, fui obbligato a fare una pausa; istintivamente mi venne fatto di guardare l'orologio e, dimenticando che non ero io, bensì 'il Capo' che aveva parlato, sbottai: "Ma no! Ma fatemi un segno, ditemi di smettere, no? E' quasi un'ora che parlo, perbacco!" . E successe una cosa inattesa e sublime. Si alzò Mathias, il lebbroso, e in tono quasi risentito - ma con gli occhi lucidi di commozione - mi ordinò: "No, vai avanti! Lascia che lo Spirito parli, che ne abbiamo bisogno! Non sai che ci va tutto in sangue e vita?" e tutte le donne si misero a ululare all'unisono facendo guizzare la lingua tra le labbra dischiuse, in segno di totale approvazione e di incoraggiamento per me. "L'avete voluto voi; - scherzai - non lamentatevene poi: per me, è un invito a nozze!". E 'Lui' riprese a parlare. Fu un'omelia da non meno di un'ora e mezzo, e la santa Messa finì all'una passata da un po'. Quando uscii sul piazzale mi assediarono: "Non devi aver paura d'essere lungo!". "Tu devi spezzarci il pane, se no dove la troviamo noi la forza per continuare il cammino?!". "Oggi ci hai saziati, grazie!". Mi commosse particolarmente una vecchietta poverissima che viveva nella topaia più indegna del sobborgo: "Padre, mi hai dato tanta gioia! Ora sono a posto per tutta la settimana". "Nonna, - mi uscì detto conoscendola – da quanti giorni non mangi?" - "Da tre giorni, padre; ma oggi sono sazia lo stesso!" e se ne andò sorridendo, più arzilla che mai, dimenticandosi perfino di chiedermi le mille lire per il solito chilo di farina di mais. Era tutto vero: le succedeva spesso di mangiare una o due volte la settimana, al punto che la fame le aveva rubato tutte le grinze: ora la pelle le aderiva liscia e lucida sull'ossatura sporgente del viso. Ma era anche vero che quel giorno non sentiva nemmeno i morsi della fame: era sazia di gioia e di speranza. Non potei fare a meno di pensare alle nostre assemblee eucaristiche in Italia, e ai tanti che sbirciano l'orologio se il prete osa scavalcare il limite di guardia dei dieci minuti di commento evangelico... Eppure è la stessa Parola. Ovviamente, non è la stessa fame! Forse sta proprio tutto lì. Non può afferrare la travolgente esultanza del Vangelo chi si avvicina al Pane di vita già sazio alla nausea. Meglio la fame nera, che aver totalmente perduto il senso della fame! Che terribile deve essere quella sazietà crassa e supina che ammazza il sogno e il desiderio, e ti deruba perfino della fame!... Si può davvero morire d' inedia (o di anoressia spirituale) una volta ucciso ogni stimolo. Non per nulla Lui - che se ne intendeva - proclamò beati gli affamati. E fu così che quel giorno Gesù volle farsi battere in fatto di miracoli. Eh sì, perché Lui, dopotutto, si era limitato a moltiplicare pani e pesci: una bazzecola, se ci pensate bene, a confronto di un'intera assemblea di fedeli che supplichi il predicatore di far la predica più lunga ... e lascio ben giudicare a voi!

  P. Umberto Davoli (Missionario di Cristo).

 

 

SONO L'UOMO PIU' FELICE DELLA TERRA 

Eravamo accampati nel villaggio di Mwape, nel Regno di Shimukunami: una zona d'Africa autentica, a stento raggiungibile con la bicicletta, con quel sentierino a zig zag tra gli alberi alti e contorti della brousse sub-tropicale. Per alcuni giorni mi ero sbizzarrito a visitare tutte le famiglie cristiane dei paraggi, prendendo nota dei catecumeni, dei malati, delle situazioni matrimoniali irregolari ... Avevamo in programma di procedere verso la terra del re Mukutuma e Christopher - il mio giovane catechista dei vecchi tempi - mi suggerì di tentare 'la direttissima', al di là della palude: avremmo risparmiato, mi disse, una buona quarantina di chilometri! La cosa mi tentò: quaranta chilometri sono un bel gruzzolo di energie risparmiate! Ci avviammo a tutta birra. Il catechista mi precedeva spedito, e io - un po' più anziano e con la cassetta fornita di tutto l'occorrente per la messa - stentavo a tenere il passo.

Dopo un paio d'ore di pedalate snelle eravamo al centro della palude; il sole era ormai a picco sulle nostre teste e il caldo mi faceva rivolare di sudore. Per evitare le zone più melmose fummo costretti a fare parecchie deviazioni e giri viziosi che mi fecero completamente perdere il senso della direzione. 'Meno male che c'è lui' - dissi tra me e me benedicendo il catechista. Continuammo ad arrancare per un'ora buona sulla terra molle . e uscimmo dalla palude. Respirai di sollievo, ma ben presto mi accorsi che le difficoltà non erano terminate. Per rendere i sentieri più agevoli ed evitare la sorpresa dei serpenti, avevano bruciato le alte saggine – la famosa erba elefante, alta anche quattro metri - e tutta la zona era ricoperta di uno spesso strato di cenere leggera, che sollevandosi al passaggio delle nostre ruote, ci si appiccicava sulla pelle, sulla faccia sudata ... ma soprattutto rendeva invisibili i sentieri! Cominciai a preoccuparmi solo alla terza fermata di Christopher, quando lo vidi studiare la foresta perplesso. Già alla seconda fermata aveva scosso la testa con aria vagamente indispettita. Lo avevo sentito borbottare: 'Eppure dovremmo essere al fiume, oramai ... Cominciò una penosa via crucis. Dopo tre ore di inutili tentativi nell'afa ormai del pieno meriggio, spossati, le labbra screpolate dalla sete, eravamo più sperduti che mai, al centro di un foresta che pareva interminabile, senza un villaggio, non un'anima viva! "Christopher, - suggerii - cerchiamo un rifugio per la notte. Questa è zona di leopardi; lo sai che dopo il tramonto può essere pericoloso". Ma trovare un rifugio era una parola . e lo sapevo molto bene. Per questo quando, dopo un'altra mezz'ora di vagabondaggio vidi quella capannuccia sull'altura, non credevo ai miei occhi, e mi parve un miraggio. "Deve essere un capanno abbandonato da qualcuno che veniva a caccia", disse il catechista. Arrancammo verso il miraggio spingendo a mano le biciclette. Entrai per primo: un vecchio scheletrito che giaceva su delle frasche trasalì al mio apparire. Mi guardai attorno: unica suppellettile, un calabash, dove  forse! - teneva la sua preziosa riserva d'acqua. "Nonno, ma che fai tutto solo qui, fuori dal mondo? Saranno sei ore che non vediamo anima viva!" "Sono cinque anni che vivo qui, tutto solo e malato". Si girò su di un fianco per mostrarmi la schiena, tutta martoriata dalle piaghe del decubito. Dio,
che pena! 'Ma perché?' 'Mi hanno cacciato dal villaggio, accusandomi di aver fatto il malocchio
al capo-villaggio che morì all'improvviso ... ma non è vero: io non ho mai fatto del male a nessuno!' 'E di cosa campi?' 'Viene mio nipote, di tanto in tanto . mi porta del mais, un po' di arachidi . e l'acqua' - e mi additò il grosso calabash, e alcune pannocchie appese alla parete - 'Se non viene presto, ho finito le provviste!' . . . Poi mi guardò con interesse: "Ma tu chi sei . un uomo di Dio?" - Dio, che bella definizione per un povero missionario peccatore! - 'Devi essere proprio un uomo di Dio: infatti parli la nostra lingua: i bianchi non sanno mai la nostra lingua! Sono cristiano anch'io, sai? Mi chiamo Matteo .'. 'Si Matteo, sono un uomo di Dio. Sono un Francescano" . Vidi una lacrima brillare sul suo volto rugoso. "Anch'io! Sono un  Francescano anch'io". Era dell'Ordine Francescano Secolare. Tolse un rosario da sotto il pagliericcio e disse tutto d'un fiato: "Lo vedi questo rosario? Lo dirò quindici volte al giorno, tanto . non ho null'altro da fare! Sono cinque anni che non faccio altro che pregare, ma al Signore ho sempre chiesto una sola cosa, sai? . Non ho mai chiesto nient'altro . che di farmi venire qui un prete, perché ho fame di Cristo . Ho fame di Cristo, capisci?" .

Guardai Christopher: "Ecco perché dovevi sbagliare strada, oggi! . Non ti era mai successo prima, dì la verità!". Poi mi rivolsi con commozione al vecchio: "Dio ti ha ascoltato, Matteo: ho qui con me la cassetta della messa. Oggi Gesù viene nella tua capanna".
Preparai l'altarino, sentendomi un po' come Maria nella grotta di Betlemme. Pensai perfino che forse, da Betlemme in poi, non era più capitato a Gesù di scendere così volentieri sulla terra. Ricevuta l'Eucarestia, il vecchio sollevò quelle sue braccine scarne e ad occhi chiusi, come rapito in estasi, cominciò a ripetere cantilenando: "Sono l'uomo più felice della terra!  Il più felice della terra, sono!" Volli stupidamente provocarlo. "Dai, su, Matteo . non esagerare adesso: il più felice della terra! Sei qui tutto solo, malato . non hai nulla da mangiare, da bere." Mi interruppe quasi con sdegno: "Ma non parlerai così, tu uomo di Dio!? La felicità non viene mica dall'avere chi sa che cosa, o dal mangiare e dal bere! Sono cinque anni che l'aspettavo, e ora ce l'ho qui in me, il mio Cristo Signore" . E, ignorandomi, ricominciò a cantilenare: "Sono il più felice della terra!" Come uomo di Dio, mi sentii un po' un verme . eppure, guardando il mio vecchio in estasi, seppi di essere un privilegiato e mi dissi in segreto: Umberto, sarà dura non essere più buoni, d'ora in poi".  - tanto per cominciare - già da quella sera fu dura prender sonno.
Eravamo sdraiati su delle foglie, fianco a fianco io e Christopher. Al lume di candela gli lessi la pagina delle Beatitudini: "Beati i poveri, perché di essi...". Matteo, a un metro da noi, dava carne al messaggio del vangelo, russando beato, sprofondato nel sonno dei giusti. Tacemmo a lungo. Poi ripresi: 'Ma hai capito davvero quello che abbiamo visto oggi, Christopher? Lasciamo da parte il miracolo dei nostri mille ghirigori dalla palude in poi, per approdare al pagliericcio di Matteo. Il miracolo vero è qui su queste frasche. Guardalo: non ha null'altro che fame, piaghe e sofferenza . e ti canta un inno alla gioia che. " Non potei dire a
Christopher 'che manco la Nona di Beethoven", perché per lui Beethoven è un illustre sconosciuto. E il fatto sconvolgente si è . che era tutto vero: chi poteva essere più felice di Matteo? Chi più felice di chi sa cantare la propria esultanza nella miseria e
nelle piaghe?. di chi non ha assolutamente più bisogno di nulla per essere il più felice della terra? "Ti ricordi, Christopher,  di quella famosa attrice di cui ti parlavo qualche giorno fa? Era ritenuta la donna più bella del mondo: ricca, famosa, invidiata da tutti . tutti gli uomini le cadevano ai piedi . E si è tolta la vita perché non sapeva più che farsene: aveva tutto, meno che la gioia! E il nostro Matteo qui, non ha nulla di nulla . eccetto la gioia! Ma allora, da dove sgorga la gioia, me lo dici tu, Christopher?' Dormii il mio sonno più dolce, quella notte. Il mattino dopo, nell'accomiatarci da Matteo, gli dissi: 'Verrò a trovarti. Cosa vuoi che ti porti: un paio di coperte, dei viveri . un po' di tabacco Ma poi no, organizzerò una spedizione per portarti alla missione". Mi sorrise. 'Ma cosa vuoi portarmi? Per quei due giorni che mi restano da vivere . Portami ancora il Signore, e ne avrò d'avanzo!' Christopher ritrovò il sentiero in un battibaleno. Compiuto il nostro giro evangelico in quel di Mukutuma, tornammo alla Missione di S. Giuseppe. Una settimana dopo venne a cercarmi un giovanotto: "Sono il nipote di Matteo. Prima di morire si è tanto raccomandato che venissi a trovarti e a ringraziarti a nome suo. Diceva che ti avrebbe anche rivisto volentieri, ma che aveva capito che ormai il suo Cristo lo voleva con sé . tanto il viatico lo aveva già ricevuto. Ha anche detto che si ricorderà sempre di te nel Regno della gioia" ...
 

N

"Non possiamo permetterci il lusso di aspettare" 

Enciclica Natalizia '99
Erano venuti a trovarmi per fare "un'esperienza Africana". Un gruppetto eterogeneo: un paio di giovani idealisti e sognatori, indifesi e commoventi; una coppia di mezza età, un po' cinica, perché scottata da esperienze negative; qualche anima in pena alla ricerca di risposte illuminanti . . .Quella Domenica mattina decisi di portarli ad assistere alla liturgia eucaristica nella singolare basilica della stazione missionaria di Mwambashi, ancora in costruzione. Dodici metri per sette, per due e mezzo di altezza; pareti di fango ancora largamente incompiute, soprattutto dietro l'altare, dove si spalancava - suggestiva - la veduta della foresta, più verde che mai dopo un mese di piogge. La carreggiata era al limite del temerario e la mia fuoristrada sprofondava paurosamente nei solchi di fango. Nei lunghi tratti allagati l'acqua mi saliva sul cofano, irrorandoci di abbondanti spruzzi anche in cabina, date le megafessure delle portiere. A ogni spruzzata, era uno scoppio di ilarità. Arrivammo fradici e incolumi, accolti dai canti polifonici (senza ironia) nella cattedrale già gremita fino all'inverosimile. Ero a metà omelia, quando vidi i colli dell'assemblea torcersi all'unisono con buffo sincronismo. Mancò poco che non mi inorgoglissi: 'Accipicchia, come li ho toccati sul vivo!'. . . Ma mi accorsi subito che non ero io al centro del loro interesse: fissavano ben oltre la mia persona, laggiù nel folto della brousse. Mi girai a mia volta . . . e che ti vedo? La coppia del secolo, anzi, quasi dei due secoli, perché insieme raggiungevano i 190 anni buoni! Il mese precedente avevo benedetto il loro matrimonio, dopo una serena convivenza di almeno settant'anni. A braccetto per sostenersi a vicenda e puntando un bel bastone a testa sul sentiero, avanzavano barcollando nelle pozzanghere e nella fanghiglia, spinti più dal vento che dalle loro energie. Esterrefatto, interruppi di botto il panegirico e corsi loro incontro. 'Shikulwifwe, Kanabesa! (che non è una parolaccia, ma significa semplicemente 'nonno nostro riverito!', ed è un'espressione di estremo rispetto). 'Ma cosa combinate? Perché mai siete usciti di casa sotto questo diluvio?' . . . ('Casa' - ne ero ben cosciente - era un eufemismo: abitavano in una capannina fatiscente, di nove metri quadri scarsi, ad almeno tre chilometri dalla chiesetta. Con quel passo, dovevano averci impiegato almeno due ore sotto quell'acqua! Ansanti e stralunati, non poterono rispondermi subito. Li trascinai al coperto, li feci sedere vicini a me. Erano fradici e tremavano dal freddo. Li asciugai alla meno peggio con la tovaglia che avevo tolto dall'altare, borbottando tra me e me: 'Gesù, fa che non mi piglino un colpo proprio ora!' . . .Si ripresero in un baleno e divennero perfino arzilli, consci di averla fatta proprio bella. Ripresi il mio tono di rimprovero: 'Ma perché, nonno? Non potevi aspettare un giorno migliore?'. Mi sciorinò un meraviglioso sorriso sdentato: 'Ma noi non possiamo permetterci il lusso di aspettare. Volevamo ricevere il Signore almeno una volta ancora. Chi mi dice che quando verrai il mese prossimo saremo ancora in vita?' Dio, che predica! La tradussi ai miei ospiti Europei ed ebbi il buon senso di non rovinarla riprendendo la mia omelia, per cui procedetti con il santo Sacrificio. Ero alla consacrazione quando si squarciarono le nubi e ne uscì un sole vestito a festa, assolutamente glorioso. Non si parlò più dell'episodio con il gruppo ospite . . . Due mesi dopo, però, ricevetti una lettera dalla coppia un po' cinica e in crisi. 'Stiamo frequentando un gruppo di preghiera. Oggi, come i tuoi due commoventi vecchietti, abbiamo ricevuto insieme la nostra prima Eucarestia, dopo vent'anni agnostici e grigi. Da troppo non eravamo stati così felici. Vogliamo solo ringraziarti e farti partecipe della nostra gioia. Piccole esperienze di vita missionaria. Piccole, ma ti illuminano la vita.

E' tutta questione di fede, amici. Credetemi: tutta questione di fede. Se uno ha l'occhio radioscopico, per istinto riesce a vedere 'dentro le cose' . . . e respira speranza. Chi invece resta in superficie, entra inevitabilmente in crisi: la sua speranza viene sommersa dal quotidiano rigurgito del male che sembra paurosamente guadagnare terreno sul bene. Come se la città umana fosse adagiata ai piedi d'un colossale vulcano in continua
eruzione, sicché l'immensa colata di lava incandescente stesse inesorabilmente ghermendosi ogni spazio vitale, metro dopo metro . . . e noi si fosse lì, impotenti, ad osservare il compiersi - sempre più imminente - dello scempio finale. La cronaca dei quotidiani e i notiziari televisivi continuano a propinarci una ridda di eventi crudeli: dai genocidi alle pulizie etniche, dagli stupri di massa alle violenze sui minori, dal saccheggio indiscriminato della natura e delle sue risorse, al tragico dilagare della droga . . . e all'incosciente massacro dei valori dolorosamente affermatisi in millenni di civile fatica dell'umana famiglia . . .Violenza e inganno, doppiezza e ipocrisia, egoismo e crudeltà, prevaricazione, odio e ingiustizia . . . Questo è quanto appare all'occhio superficiale. E' l'autentico trionfo della cattiveria sic et simpliciter: uno spettacolo davvero deprimente! Allora si è presi da un senso di scoramento . da una stanchezza viscerale . dalla nausea per questo inutile, immane sforzo di dover continuamente remare controcorrente - pur continuando a perdere terreno - per non essere travolti d'un colpo .Ma non è così per chi ha fede.Chi ha fede sa cogliere il silenzioso, inarrestabile crescere del Regno, come buon seme che sembra marcire, ma improvviso si spacca e germoglia nel ventre della terra; come l'inavvertito lievitare della pasta che si fa buon pane. Ogni giorno, miliardi di silenziosi atti d'amore, non colti dai distratti e velati dal pudore di chi li compie, sollevano il mondo verso altezze mai raggiunte. Ignote fedeltà pagate con innumerevoli lacrime; tragedie illuminate dalla fede serena dei semplici che sanno ringraziare Dio anche da sotto la croce: il mistero del perdono che tanti innocenti, con inconsapevole eroismo, sanno donare a chi li perseguita;il pianto inconsolabile (o l'angoscia senza lacrime) di chi non sa darsi pace perché, come diceva Francesco, "l'Amore non è amato" . . . (un gran bel piangere! proprio quello a cui il Cristo assegnò la palma della beatitudine: "Beato chi piange perché ha fame e sete di giustizia"; l'oscuro dono di sé di quanti hanno assaporato che (veramente!) c'è più gioia nel dare che nel ricevere . . . Tutti miracoli che non fanno notizia: non appaiono sui quotidiani, non entrano nei nostri telegiornali, eppure hanno un potere dirompente contro le forze del male. Ma poi lo sappiamo bene. L'intero universo è tuttora nelle doglie del parto: il cosmico parto di un mondo nuovo e di una sempre nuova umanità, destinata - per 'vocazione' inscritta nel suo DNA costitutivo - a radicarsi sempre più nell'amore. . . E se ogni parto è un evento doloroso, questo è il più doloroso e il più travagliato di tutti. Iniziò - stando alla scienza - diversi miliardi di anni or sono, quando l'
originaria energia ('Sia fatta la luce!') frenando il proprio impeto, si materializzò; e poi quando la materia informe, scagliata negli spazi in espansione, sentì il richiamo d'una legge d'amore chiamata 'gravità' e, invertendo la rotta, cominciò a ricercarsi, a ricompattarsi . . .
Ne scaturirono galassie di stelle e pianeti, e su questi - come per un irrepetibile miracolo - sbocciò a suo tempo la vita in miriadi di forme sempre nuove, tutte inconsciamente protese a generare realtà più alte e complesse, espressioni più evolute e più nobili, fino a produrre pensiero e autocoscienza . e capacità di sacrificio e d'amore! Fin qui ci conduce la scienza, ma qui si ferma. Ad essa compete il descriverci 'come' il tutto è avvenuto, e cioè le dinamiche, i meccanismi del processo evolutivo; ma il suo compito termina qui. Non si chiedano ad essa i perché di tutta questa storia gloriosa; né le si chieda di dirci se e quale senso abbia questa evoluzione dall'atomo primigenio alla galassia, dall'inconscio replicarsi del microbo fino all'amore di un uomo e di una donna . . . Essa non può entrare nel campo segreto dei perché e dei valori, dei significati profondi, delle vocazioni e dei destini: i suoi strumenti sono sordi a questo tipo di rivelazione. Chi voglia davvero trovare risposte a questi quesiti, deve solo prestare l'orecchio alla Parola, quella che per portare a compimento il 'Disegno' originario, da cui ebbe inizio l'avventura del cosmo, nella pienezza dei tempi volle esprimersi in linguaggio umano . . . anzi, "si fece carne ed abitò tra noi".
Ecco il cuore del mondo. E' in Lui, il nuovo palpito della storia, e solo in Lui anche la carne fiorisce in un perenne sogno d'amore, in volontà d'amore senza resa alcuna .
. .
Buon Natale, amici.
       P. Umberto (Missionario di Cristo)

 

ELEGIA PER UNA PICCOLA MONGOLOIDE

MORENTE SULL’ASFALTO

Nonostante fossi ancora assai lontano, capii che era successo qualcosa di tragico e rallentai fino a procedere a passo d’uomo. La vidi subito, in mezzo al capannello di curiosi: una piccola mongoloide di dieci, undici anni, investita da un pirata della strada che si era velocemente dileguato per evitare ogni responsabilità. Non fosse stato per quel gonfiore osceno sulla fronte e quelle stille di sangue che le scendevano sull’occhio sinistro, si sarebbe detto dormisse sull’asfalto. Mi precipitai fuori del furgoncino per costatare se dovessi portarla all’ospedale. In ginocchio, mi chinai su di lei e le posi l’orecchio sul cuore, poi sulle labbra, sperando di coglierne il respiro. Si, era ancora viva! Stavo pensando a come trasportarla nel modo più delicato su quel mio scomodo trabiccolo, senza sottoporla ad eccessivi sbalzi pericolosi, quando sentii i commenti incoscienti e crudeli. “Doveva capitare, prima o poi: era sempre sulla strada!…”, “Forse è meglio così…Non capisce nulla! E poi… non ha nessuno che la tenga! Tanto cosa farebbe mai nella vita?”. Un pensiero improvviso mi trafisse, dandomi quasi un senso di nausea: e se capisse? La guardai in volto, cercando di coglierne una qualsiasi reazione, angustiandomi all’idea che dovesse morire nell’orribile consapevolezza che nessuno la voleva… che non c’era nessuno che l’amasse! Subito le posi le labbra sull’orecchio e cominciai a sussurrarle: “Non temere! Ci sono io ora… Ti voglio bene!”. Aprì gli occhi e mi sorrise: Dio mio, mi sorrise! Un sorriso dolcissimo che le trasformò il volto rendendolo quasi bello. Fui colto alla sprovvista. Un nodo di disperazione mi serrò la gola, nella certezza che la piccola capiva davvero: forse aveva capito tutto! Persi il controllo della mie emozioni e mi misi quasi a gridare: “Non avere paura: ti terrò sempre con me! Ora ti porto all’ospedale: vedrai, tutto andrà bene…”. La piccola mongoloide alzò una manina e con l’indice teso disegnò alcuni geroglifici sulla mia fronte, come volesse sincerarsi che ero un uomo in carne ed ossa e non un sogno. Poi il braccino ricadde inerte. Mi morì in braccio così, mentre me la stringevo al petto, quasi volessi trasfondere in lei la mia vita. Mi misi a singhiozzare con un senso di disperata impotenza. La polizia mi trovò così, in lacrime, con il cadaverino in braccio. “E’ stato lui vero?” C’era una rabbiosa minaccia nella sua voce. Gli assicurarono che io ero appena arrivato, il colpevole era fuggito. Il poliziotto non sapeva raccapezzarsi del perché mai dovessi piangere così sconsolatamente, e mi si avvicinò con malcelata deferenza: “Che… l’avevi adottata tu?”, “Si –risposi d’istinto- cinque minuti fa!”. La sera, mentre tornavo verso la mia missione di Kapiri Mposhi col furgone carico di materiale per la chiesa in costruzione, appena uscito da Lusaka ebbi una prima foratura. Cambiai la ruota. Pochi chilometri dopo, una seconda foratura. Un amico che guidava un furgoncino dello stesso modello del mio mi offrì la sua ruota di scorta. La terza foratura avvenne proprio sul luogo dell’incidente. Mi dissi che la mia piccola mongoloide voleva la veglia funebre, per questo decisi di passare la notte in macchina, pregando per lei. Mentre pregavo, vedevo i suoi occhini strani e dolcissimi e mi pareva di sentire quel suo ditino sulla fronte…Ad un certo punto, in un moto di ribellione mi arrabbiai con Dio. Litigai con Lui, rinfacciandogli il suo incomprensibile silenzio di fronte al nostro affanno. Che senso aveva avuto quella breve esistenza senza scopo senza amore, quei quattro giorni di pena, destinati ad una così assurda conclusione? Ovviamente –come sa sempre fare Lui- Dio mi rispose, e piano piano tutto mi parve chiaro: l’ultimo istante della piccola vittima non era stato il termine assurdo di un percorso cieco, bensì l’inizio di un dialogo di amore, perché è sempre l’amore che ha l’ultima parola, quella definitiva. Uscii dalla cabina e guardai in su, alla sterminata cupola di stelle nitide e grandi come lampioni, e mi parve di sentire ancora il sussurro di Dio: “Ogni notte ha la sua stella, ogni tramonto è seme del domani, la morte è seme a vita che non muore”.

            Improvvisamente decisi di comporre una poesia alla mia piccola mongoloide. Optai per un sonetto, perché –mi dissi- qualora essa non ne capisse il senso, potesse gustarne almeno la metrica e la rima. Suonò così:

Tragica bimba che nessuno ha amato e che –morta-

nessuno ora ha rimpianto,

ci sarà pur, sull’arpa del creato per te una nota,

un fiore, un suono, un canto…

Una piccola lacrima segreta su quel tuo corpicino ora straziato

che non conobbe baci, e senza meta sul mondo,

triste e inutile è passato!

Ma nell’ultimo istante tu hai capito:

è in me, nella tristezza non più mia

che forse vuole pianger la natura.  

Mi sfiorasti la fronte con un dito;

mentre la morte ti portava via

m’hai sorriso, senz’ombra di paura.

  Mi appisolai in macchina, rappacificato e sereno e quando l’alba si decise finalmente a sgominare il buio, la foresta ai lati della strada si incendiò di gloria.

  …Perché anche la notte è progetto di amore.

  Padre Umberto Davoli, Missionario in Zambia