IN AIUTO AGLI ORFANI DELLO TSUNAMI

LA MISSIONE DI PADRE FERDINANDO SEVERI

 

Trentasette anni di dura missione in Indonesia, Paese musulmano, con frange integraliste. E ora lo tsunami. Storia di un francescano che a 70 anni comincia daccapo.

 

Lo tsunami, la grande onda anomala scagliata dai maremoti, padre Ferdinando Severi, la conosceva solo dai libri. In trentasette anni di missione in Indonesia ha messo in conto tante prove, mai quella d'assistere impotente allo scempio di vite, alla morte e alla disgrazia dei figli suoi. Come sant'Antonio, padre Severi aveva lasciato la patria per vivere e operare in un grande Paese musulmano, con una forte tradizione fondamentalista. Sarebbe stato un frate cristiano con un piccolo «gregge» di fedeli e una folla di fratelli musulmani. Si domandava se sarebbe riuscito ad amarli senza distinzione, a far sentire loro la carezza di Dio padre senza nulla volere in cambio. Accettava così la sfida di essere chiesa di minoranza, senza grandi mezzi e senza potere, e di reinventare il suo ruolo di missionario.

 

Un uomo dal ricco passato

Da tredici anni è parroco del «Sacro Cuore» a Banda Aceh, capoluogo della regione dell'Aceh, a nord dell'isola di Sumatra. Ma quel 26 dicembre, era a Meulaboh, cittadina sulla costa occidentale, dove era andato a celebrare la messa di Natale il giorno prima. Un punto sulla carta geografica, giusto di fronte all'epicentro. Per quattro giorni non si seppe più nulla di lui.

Il 5 gennaio, lo cerchiamo al telefono. Le linee sono interrotte. I frati della provincia di Bologna, a cui padre Ferdinando appartiene, ci danno un contatto: il cellulare di suor Valentina, la francescana che lavora con lui. Ma dovremo aspettare la sera. Ne approfittiamo per parlare con padre John Paul, indonesiano, ora al convento di Bologna, frate proprio grazie all’esempio di padre Ferdinando. È lui a raccontarci la storia di missione del suo padre spirituale; prima, la fondazione di tre parrocchie, di pari passo, le tante opere sociali in varie località nell'isola di Sumatra: l'orfanotrofio, le scuole, la clinica e il villaggio i lebbrosi. Spesso con il sostegno dei lettori del «Messaggero», attraverso la Caritas antoniana. E poi, dal 1989, i cinque anni a Jakarta, la capitale, come viceparroco in una poverissima parrocchia di periferia: «Lavorava in continuazione per costruire semplici alloggi di legno alle famiglie, procurare il cibo o i soldi per mandare i bambini a scuola».

La parrocchia di Banda Aceh è l'ultima sfida. «Non ci voleva andare nessuno ‑ testimonia padre John Paul ‑ e andato lui. Da solo». Non è un impegno da poco. Dal 1976 l'intera regione dell’Aceh si ribella al governo di Jakarta per ottenere l'indipendenza e diventare uno Stato islamico. Da trent'anni vi si combatte una guerra violenta, nell'indifferenza della comunità internazionale, guerra che ha già causato più di 50 mila morti e ogni sorta di abusi sulla popolazione civile. Dal maggio del 2003, il governo indonesiano instaura la legge marziale e chiude le porte ai giornalisti e agli operatori umanitari stranieri. Un clima irrespirabile anche per padre Ferdinando. Già nel 1993, appena arrivato nella sua nuova parrocchia a Banda Aceh, la gente non si volta neppure a salutarlo. La chiesa, costruita dagli olandesi circa ottant'anni prima, dista appena 300 metri dalla moschea: «Per un anno il muezzin predicava dall'altoparlante contro di lui. Metteva in guardia la gente dicendo loro che il frate era lì per convertirli». La polizia lo incalza. Ma lui rimane tranquillo e spiega: «Non vengo a convertirvi. La mia è una religione universale. Dio vuole che io ami tutti: atei, cattolici, buddisti o musulmani. Sono tutti figli suoi». A Banda Aceh padre Severi istituisce la sua ultima opera sociale: ogni tre mesi, ospita, nell'ospedale delle suore francescane di Medan, un chirurgo olandese e opera gratuitamente persone con handicap fisici. «I musulmani non vogliono che padre Ferdinando entri nei loro ospedali», spiega John Paul. Lui, invece, apre le porte a tutti senza nulla volere in cambio: né soldi, né conversioni. «Oggi lo amano tutti ‑ afferma padre John Paul ‑ persino i fondamentalisti».

 

Lo tsunami, l'ultima prova

Lo tsunami, quel 26 dicembre, travolge anche tutto questo. Anni di fatiche, relazioni tessute con pazienza, tanti amici scomparsi. Ora, con in mano i cocci e in testa tanti capelli bianchi, tutto è più difficile. Il senso di fatica è immediato. A partire dalla linea telefonica, che interrompe in continuazione la voce tremula di padre Ferdinando, molto provato. «Ero a Meulaboh, alla stazione degli autobus, verso le 8 del mattino, pronto a tornare a Banda Aceh, quando arrivò il terremoto. Fortissimo. Durò circa un minuto. Sentivo il tonfo delle case che crollavano una dopo l'altra. Non scappai. Andai per le strade per vedere come stava la gente. Lo tsunami ci colse all'improvviso, con una violenza indescrivibile. Iniziammo a scappare verso la parte alta della città, finché a un incrocio l'acqua ci assalì anche di fronte. Non ci restava che salire sull'edificio più vicino. Era una moschea. Da lì vedevo le strade diventare fiumi. Non dimenticherò mai i corpi degli annegati. Galleggiavano in ogni direzione, alcuni con le mani rivolte al cielo. Era la fine del mondo» .

Sembra uno scherzo del destino: lui frate cattolico, salvo per caso, sul tetto di una moschea, ad assistere impietrito a quel inferno: «Stavo rannicchiato vicino a Dio, perché mi desse la forza di capire e di non perdere la ragione».

Il dopo non è migliore, lo shock lascia il posto alla consapevolezza della tragedia: «L’acqua salì fino a tre metri. Dopo tre ore era ancora alta un metro. Decisi di scendere e di guadare verso la parte alta della città. Iniziò lo strazio della gente sfollata che cercava i suoi. Chi aveva perso un figlio, chi, confortato da un testimone, sperava di poterlo riabbracciare. M'impressionò vedere le barche dei pescatori in piena piazza e le montagne di detriti. Intorno ogni tipo di oggetto. E un numero impressionante di cadaveri».

IL pensiero va a Banda Aceh, ai suoi fedeli, ai suoi amici musulmani, alla sua chiesa. Nulla sarà più come prima. Solo dopo quattro giorni raggiunge Medan con un piccolo aereo, giusto il tempo per rassicurare i superiori sul suo stato di salute e partire per Banda Aceh. Durante il viaggio, la campagna appare come un enorme acquitrino, zeppo di detriti, in cui una palma di cocco abbattuta galleggia con la stessa assurdità di un frigorifero: «Mi resi conto che ci sarebbero voluti mesi prima di sapere quanti morti avremmo dovuto piangere. Tutta la fascia costiera che andava da Meulaboh a Banda Aceh, circa 300 chilometri con centinaia di villaggi, era stata spazzata via dallo tsunami. Non c'era l'ombra di un soccorritore».

Banda Aceh gli appare come una città distrutta, appestata dall'odore dei cadaveri in putrefazione. Padre Ferdinando apprende che trenta dei suoi parrocchiani sono morti, mentre gli altri, in maggioranza immigrati cinesi, stanno scappando per raggiungere parenti e amici a Medan: «Domenica a messa non ci sarà più nessuno», dice con un filo di voce. Ma ciò che lo turba profondamente è non poter aiutare la gente a dare una degna sepoltura ai propri familiari: «Il rischio di epidemie è in agguato, non ci si può avvicinare ai corpi in decomposizione. I militari li chiudono nei sacchi, io li benedico e se li portano via. Mi viene in mente quella scena della peste nei Promessi Sposi, quando la madre di Cecilia, consegna il corpo della sua piccola ai monatti pregandoli di averne cura».

 

Questa tragedia ha un senso?

Come dare senso a tutto questo male? Forse è crudele domandarlo a lui proprio adesso.

Dio non manda punizioni, permette i disastri perché il nostro mondo è imperfetto, ma ci dà la possibilità di avere una vittoria spirituale che ci innalza verso la perfezione se solo rispondiamo con amore e fedeltà. Guardate la fraternità universale sollevata dalla nostra tragedia, ci stanno arrivando aiuti da tutto il mondo: non è questa una vittoria dello spirito? »

Ridare senso e dignità, oggi è questa la missione di padre Ferdinando. Ma che cosa si aspetta dal futuro? «Non so - afferma stanco ‑. Non so ritorneranno i miei fedeli, non so se e quando la nostra scuola tornerà a funzionare. La nostra parrocchia è in sfacelo». Poi fa una pausa e aggiunge con un velo di orgoglio: «Però la nostra chiesa è ancora in piedi. Ha crepe ma è ancora in piedi». E forse questa è la vera risposta.

 

 

Chi è P. Ferdinando

Padre Ferdinando Severi, frate francescano conventuale, da 30 anni in Indonesia e dal 1991 ad Aceh, è impegnato in attività sociali nell'unica parrocchia della provincia, a Banda Aceh, ove risiedono circa 1.400 cattolici su una popolazione di 200mila abitanti. Una delle attività di P. Severi è l'assistenza ai bambini musulmani handicappati, "per mostrare ai musulmani la nostra attenzione e apertura". Con finanziamenti della Caritas Indonesiana e di benefattori italiani ed europei, p. Severi ha organizzato interventi chirurgici per migliaia di bambini disabili. P. Ferdinando è "amato e minacciato" ad Aceh soprattutto per questa sua attività a sfondo sociale e caritativo. Egli raccoglie ogni anno una settantina di persone (in maggioranza bambini) portatrici di handicap fisico (poliomelite, labbro leporino, ecc.) e li porta in Missione a Deli Tua (Medan) per farli operare. L'operazione è fatta gratuitamente da chirurghi olandesi, ma poi occorrono mesi di fisioterapia in centri specializzati con forti spese da lui sostenute gratuitamente. Nonostante questo, pur amato da tanti, è anche minacciato dagli integralisti musulmani che vedono questa sua opera come un modo per fare proselitismo. Ma nessuno di questi pazienti viene spinto alla conversione da P. Ferdinando. Un'operazione di una di queste persone viene a costare circa 500.

 

Come aiutarlo?

P. Ferdinando sta organizzando la costruzione per gli sfollati di case in legno di 37 mq dal costo di 25.000.000 di rupie (2200 euro) e l'acquisto di attrezzi da lavoro e di barche per pescatori.

 

Estremi Bancari per fare versamenti a favore di P. Ferdinando Severi

c/c 000004540188 intestato a Provincia Bolognese Frati Minori Conventuali”

presso Unicredit Banca fil Bologna 06765

ABI 03226

CAB 02402

Cin N

causale: (aiuto per padre Ferdinando Severi)

 

Per offerte tramite ccp:

ccp n. 13141478 intestato a: "Chiesa Cuore Immacolato di Maria - Bellariva - 47900 Rimini"

causale: (aiuto per padre Ferdinando Severi)

 

Lettera di P. Ferdinando (18 febbraio 2005)

 

Indirizzo:

P. Ferdinando Severi

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù (Paroki Hati Kudus)- Gereja katolik,

Jalan Jend A Yani 2, Kotak Pos 33,

BANDA ACEH 23001 - INDONESIA

Cell. 0062.81360178407
Tel. 0062.651.21205; Fax 0062.651.32139
E-mail: ferdinandoseveri@telkom.net

 

Per informazioni in Italia contattare il responsabile missionario dell'Emilia Romagna:

P. Ivo Laurentini ofmconv.
V.le Regina Margherita 41
47900 RIMINI - Bellariva
Tel. e Fax 0541372188
Cell. 3389090858
E-mail: ivo.laurentini@virgilio.it
Web:
http://xoomer.virgilio.it/parrocchiabellariva